mercoledì 16 aprile 2008

Articolo L'UNITA' - Lidia Ravera - www.lidiaravera.it

I can’t get no satisfaction… and I try, and I try, and I try…

“In giro ci sono un sacco di fessi che vogliono fare gli scrittori e io sono uno di loro, ma che bisogno ho di stare con della gente che ha il mio stesso sogno e che mi ricorda quanto sono mediocre, illuso, disilluso, geloso, coglione e patetico? M servirebbe a conoscere nuova ‘ggggente’, però io non ho bisogno di conoscere dei nuovi cazzoni, mignotte, isterici, noiosi, folli e bambini col pallino della scrittura… ci sarebbe, a dire la verità, un valido motivo per investire due mesi del mio tempo in un corso di scrittura. Una tipa con due gran belle poppe e un gran faccino da porca, ma in questa fase della mia vita sono così sfiduciato che non mi si alza nemmeno. Mi scusi la franchezza”. Così la folgorante prima lettera che Francesco Ceccamea, nato a Vetralla nel 1978, e lì rimasto nei successivi 30 anni, diplomato ragioniere dopo un paio di bocciature, studente universitario anomalo (frequenza: anni 4, esami: zero), segretario in un laboratorio di analisi e impiegato part time di un agenzia di pompe funebri, ha inviato a Massimo Onofri, docente di letteratura italiana contemporanea e critica letteraria all’Università di Sassari, critico letterario fra i più fini e appassionati ma, soprattutto, ex professore di lettere presso l’Istituto Commerciale Pietro Canonica di Cura di Vetralla dove il giovane Ceccamea ha vissuto la sua contorta esperienza scolastica.
Quando ha ricevuto quella prima lettera, l’ex professore, naturalmente, ha drizzato le antenne, un po’ perché, per dodici anni, ha indefessamente lavorato al rapporto con la scrittura di quello strano studente somaro (due in tutte le materie, dieci in italiano), ricevendo e “decostruendo” (parole sue) i molti racconti che gli inviava e un po’ perché ha l’istinto del critico d’arte di razza: riconoscere e far fruttare il talento degli altri.Lì, in quella lettera, e nelle seguenti che compongono l’opera, (“Silenzi vietati”, Avagliano editore,220 pagine, 13 euro) talento ce n’è: una lingua asciutta e aggressiva, che mescola sapientemente la verità della comunicazione orale fra umani post-moderni all’ insostituibile, felice artificio della parola scritta. Precisa, evocativa, durevole. Ma non è la scoperta di un talento, pur importante data la pletora di giovani autori furbetti e melanconici, il solo motivo dell’interesse di Onofri (e anche del mio), c’è dell’altro. Si ha la sensazione, leggendo “Silenzi vietati” di trovarsi di fronte ad un nuovo genere: il “reality” letterario. La difinizione è di Onofri e vale la pena di spiegarla. Il romanzo, poiché di un romanzo si tratta, è composto interamente da “e-mail” inviate dall’autore, che non nasconde la sua identità dietro alcun paravento metaforico, all’ ex-professore, che è proprio lui, Massimo Onofri, completo di moglie e figlia, opere mestieri e pensieri. I personaggi che affollano la narrazione sono tutti davvero esistenti, tirati in ballo con nome e cognome: dal mediocre scrittore che impartisce lezioni di creative writing al preside Brescia, dalla nonna ai genitori dell’autore, dallo psicologo che lo cura per una sindrome ansiosa responsabile del blocco di ogni rapporto con l’altro sesso (a 28 anni il nostro è ancora vergine e i suoi monologhi sul perpetuo arrapamento dei timidi ricordano il Roth di “Portnoy’s complaint” e il Woody Allen degli esordi) alla ragazza più bella della scuola. Naturalmente, nel viterbese e massimamente a Vetralla, il libro va a ruba. Eppure, sottoposti allo sguardo disperato e desiderante di Francesco Ceccamea, i suoi interlocutori perdono, ad una ad una, come in una spoliazione naturale, tutte le loro caratteristiche particolari, per andare a incarnare l’universale concreto che nutre ogni buon personaggio di romanzo. La crudele sincerità dello scrittore rende “bigger than life”, (la famosa definizione del cinema) i malcapitati parenti e amici, li trasforma in attori nel teatro della vita di tutti, verissimi eppure illuminati dalla finzione, quotidiani eppure epici, parti di quell’inesauribile “bildung-roman” collettivo che, nelle buone opere prime, ci restituisce lo spirito di un tempo, e l’ansia di una generazione. E che cosa dice sulla sua generazione Francesco Ceccamea? Prima di tutto, lo stato di penuria in cui versa, la povertà di stimoli culturali che li rende affamati di incontrare la nostra, di generazione, quella degli adulti, più o meno realizzati, ma comunque insediati in un sistema di segni decifrabile, seduti su un qualche scranno di maestro, siano essi professori o guru, scrittori o allenatori della mente. E’ la fame di relazione, spesso, quella che li spinge ad affollare le scuole di scrittura, gli “stages” di giornalismo, i corsi di regia, le piccole accademie private per diventare attori o traduttori o sceneggiatori o poeti. Mi è capitato di coprire per anni l’ambiguo ruolo di “artigiano anziano” in qualche bottega che prometteva di insegnare a costruire un racconto o un romanzo. Mi ha sempre colpito la passione con cui gli apprendisti narratori attendevano, da me, una tavola delle regole che li rassicurasse sulla loro possibilità di esistere, di produrre un oggetto che li identificasse.Erano “insicuri di sé” come una volta i giovani non sapevano essere.Un’altra cosa che Ceccamea mostra con precisione, forse al di là dei suoi obbiettivi manifesti, è questa acuta percezione del limite, questa mancanza di fiducia nelle magnifiche sorti di se stessi e dell’umanità. Una diffusa consapevolezza che i giochi sono bloccati, le carte truccate, le aspirazioni ridicole, il futuro incerto, la vita lunga e pesante.“Io penso che il solo modo di riuscire a essere presi in considerazione da una casa editrice, sia di infilare un manoscritto in un pacco e allegare un biglietto con questa frase: pacco bomba, aprire con cautela”, scrive Ceccamea al suo maestro. Scrive che leggere gli piace quasi quanto masturbarsi, e, come per la masturbazione, dopo “averlo fatto” si sente diverso “non so se migliore o peggiore, ma diverso… ho sempre desiderato essere un’altra cosa. Ho desiderato essere i miei amici, mio padre, uno dei cani da caccia di mio padre, una donna. Ho sperato tante volte di essere morto”. Anche questa cifra stilistica ci parla di una generazione (ho un figlio di 29 anni, pure lui scrittore malgrè soi, e li conosco bene), la spiritosa disperazione, l’ilare depressione, una sorta di “allegretto con rabbia”, che tiene sempre, in chiave, un ossimoro, come accidente e come sostanza.La letteratura dice molto di più della politica e guarda più avanti della sociologia. Massimo Onofri ha paragonato “Silenzi vietati” a “Porci con le ali” e, visto che è un osservatore sottile (il suo ultimo libro “La ragione in contumacia, la critica militante ai tempi del fondamentalismo” mi è piaciuto moltissimo), mi sono chiesta come mai… Perché è spietatamente sincero e ossessivamente votato al parlar di sesso? Perché racconta l’adolescenza di oggi , tra i venti e i trenta, come i sedicenni Rocco e Antonia raccontavano l’adolescenza di trent’anni fa? O forse perché, attraverso la disamina dell’ impotenza e del desiderio di Ceccamea, del suo precariato disilluso, delle sue scuole di scrittura, delle implacabili sedute dallo psicologo e dell’amore necessario per un prof. capace d’ascolto, “affronta e descrive” cito dall’introduzione di Giuliano Zinconi all’ultima delle ri-edizioni, Corriere della sera ‘Grandi romanzi italiani’ “in modo emozionante un tema centrale e perenne. E’ il problema (non soltanto giovanile) cantato nel ritornello dei Rolling Stones, dieci anni prima di Rocco e Antonia: I can’t get no satisfaction… and I try, and I try, and I try…”


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lunedì 14 aprile 2008

Articolo LA STAMPA 27/03/2008

L’imbranato di provincia diventa eroe

«Tutti si chiedono perché Dio abbia creato le mosche e gli aspiranti scrittori italiani. L’unica risposta è la catena alimentare». Lo dice uno di loro, naturalmente, che aspirante da oggi non è più. Francesco Ceccamea ha appena pubblicato per Avagliano Silenzi vietati, romanzo epistolare in forma di e-mail inviate, giorno dopo giorno, al suo ex professore che è diventato nel frattempo un noto critico letterario. La finzione, però, è ridotta al minimo: il destinatario dichiarato è infatti Massimo Onofri, che assurge seppure come interlocutore muto, a personaggio. Insieme ad altri critici, come Alfonso Berardinelli e Arnaldo Colasanti, citati qua e là. Quella che racconta il protagonista è una storia di provincia, dura e beffarda. Al centro c’è un «ragazzo», forse un «bamboccione» di 28 anni, che ha gravi problemi con le donne. E’ praticamente vergine, nonostante una vasta gamma di fantasie. E’ autoironico e crudele («quando parlo con una donna che trovo attraente, il mio corpo si disarticola alla maniera di Luca Giurato»), ma anche compiaciuto. Infatti va dallo psicologo, che per tutto il libro tenta di combinargli un appuntamento finalmente operativo con una ragazza. Niente da fare: il giovanotto svicola, usa la propria nevrosi come una corazza. E’ un Barthelby ruspante, di provincia antica («Io qui sono cresciuto e continuo a crescere tra urla, rutti e barzellette che il mio buon padre adora raccontarmi, visto che mia madre non ha molto senso dell’umorismo, mia nonna ne ha troppo e mia sorella prende tutto sul personale»), che ripete semplicemente il suo «preferirei di no». In una cultura giovanile fondata su immagini e rituali esattamente opposti, si erge solitario eroe dell’inappetenza. Ma fa di più: trasforma il lettore ideale - cui ogni autore si riferisce - in un lettore reale, talmente reale da avere esistenza e anagrafe. E questo lettore reale è un critico, su uno dei cui libri (Sensi vietati) è del resto esemplato il titolo del romanzo. Possiamo chiederci che cosa ci dica questo corto circuito, sul senso delle letteratura: e ci sarebbero varie risposte disponibili; oppure goderci le eroicomiche disavventure mentali di questo atipico romanzo di formazione. Forse di sformazione.

M.Baudino

Autore: Francesco Ceccamea
Titolo: Silenzi vietati
Edizioni: Avagliano
Pagine: 225
Prezzo: € 13

Silenzi Vietati - Avagliano Editore

Fresco di una disastrosa esperienza in un corso di scrittura alla Baricco, Francesco scrive una mail al vecchio professore di Italiano. Il prof. è Massimo Onofri: proprio lui, il critico che insegna all’università e scrive sui giornali. Un uomo in carne ed ossa, insomma, come tutto in questo libro: Francesco ci prende gusto, e inonda il prof. di mail nelle quali racconta con ferocia tutta la sua vita, la famiglia, l’assurda provincia viterbese, le sedute dall’analista. L’autoritratto d’un giovane all’altezza dei nostri tempi, capace di spremere da un’autobiografia disperata i succhi di una comicità che non fa sconti a nessuno, a partire da se stesso. Una galleria di ritratti esilaranti: il padre infermiere che va a caccia per sentirsi macho; la madre insultata dalla vita che tradisce il marito con Gesù Cristo; una nonna rimbecillita che tutti sperano tiri le cuoia; una sorella un po’ fumata che non ne imbrocca una. Ma l’argomento preferito è il sesso, tra approcci surreali con le donne, impotenza e rassegnati ritorni alla masturbazione. Un libro implacabile, scritto da un nevrotico che sa di esserlo in un mondo di matti in libertà.